Coltivando pomodori…e relazioni!

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Non sono un’agronoma e non sono una contadina, ma sono una coltivatrice. Che il mio orto sia in un fazzoletto di terra in città  non ha alcuna importanza: se si decide di prendersi cura della terra, di riscoprirla e aprire un dialogo con Lei, lo si può fare ovunque e in qualunque contesto.

Io l’ho fatto ai piedi del Vesuvio, che se ne sta li perplesso mentre io e la mia combriccola seminiamo, piantiamo, innaffiamo, pacciamiamo. La combriccola in questione è piacevolmente variegata e comprende: Roberto, anche detto “il professore”, che legge tanto e lavora poco (ma quando lo fa è addetto ai lavori pesanti!); Flavio, un adorabile e capacissimo ortolano di quattro anni; la sua mamma  Mariagrazia, diventata la mia compagna prediletta di guazzabugli in orto e in cucina; il papà Luigi, che tra un canestro con Flavio e un picchetto piantato su direttiva di Mariagrazia è il più impegnato dell’orto; e la Nonna, una vera forza della natura nella pratica di rimuovere le infestanti, oltre che membro apprezzabile per il suo innato pollice verde.

Ci sono poi alcuni vicini di orto che fanno ormai parte della famiglia: come Rosario, che all’occorrenza rispolvera la sua esperienza di infermiere prendendosi cura dei più maldestri con le cesoie, deputato anche alla produzione della crostata domenicale; o Enrico e Pina, che seminano tanto da regalare più piantine di quante ne tengano per sé e dispensano i migliori “casatielli” pasquali mai visti, addirittura in versione veg!

Nell’orto coltiviamo ortaggi, ma anche relazioni, in qualche caso con successo in altri decisamente no: eppure è questa la ricerca dell’agricoltura sinergica, che ha trovato posto nel nostro orto. Ristabilire la sinergia alla ricerca di un equilibrio significa ripristinare le relazioni: tra le piante coltivate, con la terra, gli insetti, gli uccelli, perfino batteri e lombrichi…ma non dimentichiamo le persone: la sinergia più difficile da ricercare ma anche la più gratificante da scovare è proprio quella con chi ci sta accanto.
Il primo passo, dunque, non è prendere la zappa, ma tendere la mano!

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