Perché mai coltivate le città?

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E’ divertente osservare le reazioni dei visitatori che varcano la soglia del nostro orto sinergico. La meraviglia va per la maggiore: quasi tutti sono sorpresi nel constatare che, incastrati tra palazzi, box auto e rotatorie, ancora esistono spazi, in città, in cui la terra resiste all’assalto dell’urbanizzazione. Zone franche, che per qualche misteriosa congiunzione astrale sono state dimenticate da piani urbanistici e campagne di cementificazione.
Qualcuno resta scettico e cerca di abbozzare un sorriso mentre si preoccupa, piuttosto, di salvare le proprie scarpette bianche dal marchio infamante della terra appiccicosa. Qualcun’altro si tuffa, senza pensarci su, nei lavori agricoli, reclamando istruzioni per mettersi subito all’opera, per ficcare le mani nella terra. Quelli che più sono a proprio agio sono i bambini, che si muovono nell’orto con lo stesso straordinario istinto con cui nuotano con disinvoltura appena nati.
Ad ogni modo, prima o poi, la fatidica domanda arriva: perché lo fate?
Già, perché lo facciamo? Per quale ragione dopo una giornata di lavoro, anziché goderci un buon libro in poltrona o spegnere i pensieri con lo zapping, accorriamo a seminare, rincalzare, trapiantare, pacciamare. Non c’è una sola risposta, e non posso che presentare le mie ragioni, che ragionevolmente ritengo condivise dagli ortolani urbani con cui ho cominciato questa avventura.
La verità è che sono affetta da un’inguaribile “ortodipendenza”! Il poeta contadino Wendell Berry, che è certo più incisivo della sottoscritta nel descrivere questa condizione, direbbe che per me il «terreno è una droga divina». Forse perché sono cresciuta lontana dalla terra, dall’ecosistema in cui avrei dovuto inserirmi e che invece mi è rimasto estraneo fino all’età adulta. Come per molti bambini della mia generazione, gran parte della mia infanzia è trascorsa in un alveare condominiale, in un accogliente appartamento di tre stanze lontano da lombrichi, cavallette e coccinelle, dal profumo della terra dopo la pioggia, dal miracolo del neonato pomodoro che fa capolino dal suo piccolo fiore giallo. La prima volta che ho lavorato la terra, ormai adulta, e che ho assaggiato i suoi frutti nel momento stesso del raccolto, ho vissuto una specie di illuminazione. Avevo scoperto l’uovo di Colombo!
La terra ha molto da insegnare ai bambini come me. Ci racconta qual è il nostro habitat naturale, oltre il mondo virtuale del mercato e quello puzzolente del traffico, e qual è il vero valore del cibo, oltre il prezzo stimato al chilogrammo. Mi ha insegnato che ogni singola bacca di pomodoro che cresce nel mio orto custodisce un incommensurabile valore: quello della tradizione, della salvaguardia della biodiversità, del rispetto della Terra e dei suoi cicli, ma anche degli uomini e del loro lavoro.
Coltivare un orto urbano è di certo una buona pratica di “downshifting”, ma è anche una rieducazione sentimentale da intraprendere in compagnia, e che va oltre la gratificazione del curare le rose nel proprio giardino.